ALLORA SI CHIAMAVA MAGNETOFONO

Allora si chiamava magnetofono, al tempo dei non-cellulari, quando Oriana Fallaci faceva le sue «interviste del potere» con un taglio del tutto personale. Raccolte poi in un libro intitolato “Interviste con la storia”, edito da Rizzoli nel marzo del 1974, erano state realizzate per la rivista per la quale la Fallaci lavorava, l’Europeo. 

grandi  di quel tempo non solo accettavano di essere intervistati da lei, ma le correvano dietro per farsi intervistare: lo dichiara lei stessa e non sono fandonie. A distanza di 50 anni — 51 per la precisione — rileggere questo volume è davvero come fare un tuffo nella storia, dove memorie personali della mia generazione si mescolano alla Storia con l’iniziale maiuscola. Sono 18 i personaggi politici della storia degli anni ’70 che si presentano alla ribalta, e la Fallaci ad uno ad uno li riduce come il re nudo, spogliati di ogni velo, analizzati con lo spirito selezionatore della tremenda giornalista, che arriva e scoprire il nocciolo dell’animo di ciascuno, talvolta senza pietà, altre volte con simpatia palese. Tutti vengono spinti, con accondiscendenza da parte loro o contro ogni loro desiderio, a parlare di sé, a rivelare, di volta in volta, alterigia, rabbia, crudeltà, infantilismo… ma anche dolcezza e sincerità.

In realtà la Fallaci ci ha lasciato dei meravigliosi ritratti di personaggi che tutt’oggi vengono ricordati come importantissimi,  e di altri, che pur essendo stati importantissimi, oggi restano alla memoria di pochi.

C’è una preponderanza nel libro di figure legate alla politica internazionale dell’epoca, che, proprio come oggi,  rivestivano ruoli di primo piano nelle aggressioni verso altri paesi: gli Stati Uniti erano allora aggressori nei confronti del Vietnam. Esattamente come oggi, i personaggi erano protagonisti di tentativi di costruzione di processi di pace: alcune condizioni sembrano preannunciare, cinquanta anni prima, alcune dinamiche e alcune relazioni fortemente assomiglianti a quelle odierne. La Fallaci è coraggiosa, per esempio quando provoca con audacia Henry Kissinger, dicendogli senza mezze misure, a proposito della guerra contro il Vietnam , che quella americana alla fine è stata un atto di resa ad Hanoi, e che «l’intervento americano è stato una guerra inutile».

Quando intervista a Saigon Nguyen Van Thieu, allora Presidente del Sud Vietnam, (dal ’65 AL ‘75), conosciuto come cupo dittatore (ma oggi chi se lo ricorda?) lui la riceve giovialmente per una prima colazione alle 8 del mattino a base di zuppa di pesce e si infila il tovagliolo al collo come un bambino per ripararsi dalle macchie, poi le elenca tutte le cose che gli piace fare, e ammette candidamente che non legge mai. Lei conduce l’intervista con massima serietà, finché gli rivolge una domanda brutale: «Come commenta il fatto di essere chiamato “fantoccio americano”?». Non basta, seguita con la domanda: «Cosa risponde a chi dice che lei è molto corrotto, l’uomo più corrotto del Vietnam?»

Al tempo della guerra del Vietnam il generale Giap era ministro della difesa ad Hanoi, comandante in capo delle forze armate.  Aveva in precedenza comandato le forze Viet Minh che liberarono il Vietnam dal dominio coloniale francese nella guerra di Indocina, ottenendo una strepitosa vittoria  nella battaglia di Dien Ben Phu; combatté poi con successo le forze americane e sud-vietnamite nella guerra del Vietnam.

L’autrice racconta che gli americani a quel tempo dicessero ai loro bambini disubbidienti: «fai il bravo altrimenti arriva Giap», come noi dicevamo «arriva l’uomo nero». La Fallaci intervista nel ‘69 il generale che, contrariamente all’immaginario comune applicato ai militari, non ha la stazza di un marcantonio, ma raggiunge a malapena un metro e 54 centimetri. Durante l’intervista, tuttavia, si sente ergere la forza della persona a mano a mano che domande e risposte si susseguono; verso la fine lei chiede: «Quanto durerà ancora la guerra?». «Quanto sarà necessario, dieci, quindici, venti, cinquanta anni, finché non avremo raggiunto la vittoria totale».

La giornalista palesa in modo evidente la sua scarsa simpatia per Yassir Arafat, cui lei si rivolge con l’appellativo di Abu Ammar (padre costruttore), vale a dire padre costruttore della. Resistenza palestinese. Mi sento tuttavia di affermare che, malgrado la scarsa disponibilità della giornalista nei suoi confronti, Arafat ne esce come una delle figure più pulite e leali di tutto il libro.

 Dal 1996 ricoprì la carica di Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese fino alla sua morte; fu capo di Al Fatah, organizzazione confluita poi nell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Fu ucciso per avvelenamento a Parigi: nel suo corpo furono trovati livelli di polonio radioattivo 18 volte superiori alla norma.

 Di Israele lui dice: «Israele è casa mia». «Lei chiede quanto a lungo potremo resistere: la domanda è sbagliata», replica lui «lei deve chiedere quanto potranno resistere gli israeliani. Giacché non ci fermeremo mai fino a quando saremo tornati a casa nostra». E continua  «La Palestina è un piccolo punto nel grande oceano arabo. La nostra nazione è quella araba, va dall’Atlantico al mar Rosso e oltre. Vogliamo liberare la nostra terra e ricostruire lo stato democratico palestinese». E ancora: «Quella che lei chiama Cisgiordania è Palestina». A un certo punto Fallaci afferma: «Lei non può chiederci di essere contro gli ebrei. Li abbiamo visti perseguitati. Non vogliamo che ciò si ripeta».

«Già», risponde Arafat « voi dovete pagare i conti con loro». E precisa: «Noi non ce l’abbiamo con gli ebrei, ma con gli israeliani».

A cinquanta anni di distanza le parole di Arafat, alla luce degli obbrobriosi fatti odierni compiuti dagli israeliani contro i palestinesi, spingono a riflettere.

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