Sono tornata sui luoghi dove avevamo vissuto il nostro amore. Ma lui non c’è più. Non faccio che ripensare a lui. Mi ha lasciata. Per un’altra. Bionda, si dice. Molto più giovane di me. Mi manca. Il suo tocco, la sua voce. I suoi occhi verdi. Lui non c’è più.
Mi manca il suo vizio di presentarsi ogni sera. Poi dormivamo abbracciati. Ora, più niente. Il letto è troppo grande per me sola, mi manca il suo corpo. Mi manca il modo con cui si infilava fra le lenzuola senza chiedere il permesso, di sistemarsi fra gli anfratti del mio corpo. Mi manca quel contatto quasi prepotente. Quando provavo a spostarlo, dopo qualche istante era di nuovo lì, con quella naturalezza , quella certezza tutta maschile che il mondo esistesse solo per accoglierlo.
«Così non riesco a dormire», protestavo. Ma lui se ne fregava, non rispondeva nemmeno. E si avvicinava ancora di più, e io mi arrendevo.
Mi piaceva accarezzarlo, e mentre lo facevo lui sembrava sciogliersi in un abbandono totale.
Anche lui mi coccolava, ma con quella parsimonia di chi sa di essere indispensabile, unico, amato.
Ora passo le ore insonne e il ricordo di lui è ancora più prepotente in questa notte di maestrale. Mi basta sentire il vento infilarsi tra le fessure , quel fischio sottile che sembra conoscere il suo nome, perché tutto ritorni. Il terreno sassoso affacciato verso la scogliera, le persiane che sbattono piano, il profumo del sale che si posa ovunque come una polvere invisibile: tutto parla di lui. Anche la luna che, nelle sere limpide, trasforma il mare in una strada d’argento verso l’infinito.
E la notte apparteneva a noi.
Quando racconto la nostra storia gli amici sorridono, hanno pena di me.
«Ma se era un narciso, un vanitoso!», mi dicono.
Sono costretta ad ammettere che il suo principale obiettivo era la cura del suo corpo e della sua bellezza, e non se ne vergognava neanche un po’.
«Sì, ma sapete quanto ero innamorata!», aggiungo come stupida giustificazione. Di più stupide non potrebbero essercene. «Gli perdonavo tutto, anche quando , qualche volta , non si presentava, e mi lasciava sola per l’intera notte», ho il coraggio di continuare.
«Appunto…», e mi guardano con aria penosa.
«Un vanitoso! E ti ha sempre tradito con le altre», ribadiscono.
«Temo che sia vero, ma io non lo volevo accettare».
`«Ma non ti rendevi conto che veniva da te solo quando gli faceva comodo?»
«Sì, forse, in qualche modo, mi rendevo conto: mi rendevo conto, ma non potevo rinunciare a lui. Ogni tanto spariva, ma poi ritornava sempre. Poteva scomparire per un pomeriggio, per una notte intera. Mi faceva impazzire di gelosia quando tornava all’alba con addosso profumi che non erano i suoi, ma nemmeno i miei, l’aria soddisfatta di chi aveva vissuto una vita parallela e non vedeva alcun motivo per giustificarsi. Ma io pensavo che l’avrei cambiato, che lui sarebbe cambiato, per amore».
Io qualche volta facevo domande. Lui mi guardava con un’espressione che oscillava tra l’innocenza e la sfacciataggine. E non mi rispondeva. E alla fine io cedevo sempre, e allargavo le mie braccia per accoglierlo. E poi… poi… al mattino lui mi avrebbe risvegliata mordicchiandomi il collo.
Immancabilmente, vinceva lui.
«Pensavo di riuscire a cambiarlo, pensavo che la nostra storia non sarebbe finita mai: dopotutto era un grande amore!», balbetto come un’ochetta.
L’ultima volta, invece, la casa è rimasta vuota. Il letto è rimasto vuoto, di lui. Io l’ho aspettato fino all’alba, pronta a recepire ogni suo rumore alla porta d’ingresso.
Poi l’ho aspettato ancora fino a sera.
Poi ancora. E ancora, e ancora.
Ormai ero certa che al suo ritorno avrei avuto la forza di oppormi. Ero pronta per una scenata di gelosia. Che non ha mai avuto luogo, perché lui non è mai più tornato.
L’ultima estate insieme , sulla nostra isola è stata la più bella.
Lui compariva dal giardino, da un muretto di pietra, dal sentiero che scendeva verso gli scogli. A volte emergeva dal buio così silenziosamente che io sobbalzavo, convinta di essere sola fino a un istante prima.
Sorrideva.
«Sei tornato».
Era il momento che preferivo. Io lo cambierò, pensavo.
L’aria aveva ancora il tepore del giorno e il vento portava l’odore del lentisco, del rosmarino selvatico e delle onde che si rompevano poco sotto casa. A volte restavamo sulla terrazza fino a tardi, senza bisogno di parlarci troppo. Lui mi stava vicino. Così vicino da sfiorarmi continuamente, come se ogni parte del suo corpo cercasse il contatto con il mio.
Io finivo sempre per accarezzarlo. Lentamente. Con la punta delle dita.
Poi arrivava il momento di andare a letto.
La finestra rimaneva aperta per lasciare entrare il rumore del mare. Lui aspettava che io mi sdraiassi, poi raggiungeva il letto con la sicurezza di chi conosce perfettamente il posto che gli spetta. Cercava il mio ventre, il mio petto, il cavo popliteo dietro alle ginocchia. A volte si sistemava così vicino al mio viso che il suo respiro mi solleticava il collo.
Io ridevo: «Mi soffochi».
Lui non si spostava mai.
Nelle notti di luna piena, invece, diventava inquieto.
Si alzava all’improvviso, attraversava la stanza con un’eleganza misteriosa e spariva oltre la porta-finestra. Io rimanevo sveglia ad ascoltare il mare, immaginandolo correre tra le opunzie , saltare sui muri a secco, percorrere i sentieri che conducevano al faro. Io lo immaginavo affacciarsi sugli scogli, immobile davanti all’acqua scura, come se fosse attratto da qualcosa che nessun essere umano avrebbe potuto capire.
Tornava quasi sempre prima dell’alba.
Con addosso l’odore della salsedine, e quell’aria soddisfatta che io trovavo insopportabilmente seducente.
«Con quante sei stato stanotte?» gli chiedevo ridendo.
Lui non rispondeva.
Mi fissava soltanto.
Con quella calma insolente che aveva sempre avuto il potere di disarmarmi….
Alla fine dell’estate il vento era cambiato.
Erano arrivati giorni immobili, pesanti, umidi, senza una nuvola, con il mare liscio come vetro. Le cicale cantavano fino a sera e la luna sembrava così vicina da poterla toccare.
È stato allora che lui ha smesso di tornare.
Io ho continuato a lasciare socchiusa la porta-finestra.
Ogni notte.
Per settimane.
Oggi la casa è la stessa. Il mare continua a respirare sotto la terrazza. Il vento attraversa ancora le persiane. Le notti di luna piena sono identiche a quelle di allora. L’assiuolo canta per buona parte della notte.
Ma lui non c’è più.
Quando ancora era con me dormivo con la finestra aperta, ma lui aveva assunto nuove pessime abitudini, non rimaneva più con me tutta la notte; a volte usciva dopo che io mi ero addormentata e rientrava poco prima dell’alba. Io facevo finta di dormire, ma riconoscevo perfettamente il rumore del suo ritorno. Sentivo il materasso abbassarsi appena, poi quel corpo caldo accoccolarsi contro di me, con l’assoluta certezza di essere stato perdonato.
L’ultima volta non è accaduto. Lui non è più arrivato.
Allora ho cominciato a uscire per chiedere di lui, se qualcuno l’avesse visto; chiedevo timidamente notizie. La gente mi guardava in modo compassionevole , poi qualcuno ha cominciato, a frasi mozze, ad accennarmi dell’altra.
Ostinatamente continuavo a preparare la cena per due, poi ho cominciato a capire che era inutile tenere il suo piatto nel frigo. Era chiaro che non sarebbe più tornato.
No, non si era fatto male, nulla di grave gli era capitato: lui si era stabilito dall’altra.
Anche la nostra isola, ora, non sembra più la stessa. Quando i cinghiali rovistavano nella macchia mi sentivo protetta da lui. Ora anche il mirto è meno profumato, persino l’odore del rosmarino è attenuato dal mio dolore. Chiedo consolazione alle onde del mare, e persino quelle si sono stufate di rispondermi, non ne possono più delle mie lamentazioni banali per un amore banale.
Ho scritto per lui poesie d’amore, ma ho smesso di aspettarlo.
Ogni tanto apro il telefono e guardo le nostre foto: io tutta grigia e avvizzita e lui tutto rosso, splendido, nel pieno della sua virilità. Sì, dev’essere stata una questione d’età. Ero un’amante inadeguata. E io che pensavo di essere la sua fidanzata!
Però, poteva almeno tornare ancora una volta per un ultimo saluto.
Guardo il mare. Mi dice: «Pensavi di poterlo cambiare? Non è mai stato tuo».
Cerco disperatamente di consolarmi: in fondo, era solo un gatto!