Sumud, ci spiega lo storico Alessandro Barbero, è una parola araba che indica la forza di resistere, di “tener duro”, e “Global Sumud Flotilla” è il nome della coalizione e dell’iniziativa umanitaria e non violenta in favore di Gaza. Vi aderiscono volontari e associazioni di 44 paesi il cui scopo è rompere il blocco israeliano sulla Striscia, che ha impedito finora l’arrivo di aiuti umanitari via mare; dichiarano: «Siamo una coalizione di persone comuni, organizzatori, operatori umanitari, medici, artisti, sacerdoti, avvocati e marinai che credono nella dignità umana e nel potere dell’azione non violenta» E ancora: «Anche se apparteniamo e abbiamo diverse nazioni, fedi e convinzioni politiche, siamo uniti da un’unica verità: l’assedio e il genocidio devono finire».
Israele ha già minacciato in modo esplicito e diretto i partecipanti alla spedizione e, secondo le dichiarazioni del ministro della difesa israeliano Itamar Ben Gvir gli attivisti a bordo della flottiglia saranno arrestati e trattati come terroristi. Contemporaneamente Israele ha operato una decisa critica nei confronti di quei paesi europei che vogliono riconoscere lo Stato della Palestina: «Gli ipocriti paesi europei che cedono alle manipolazioni di Hamas finiranno per imparare a proprie spese cos’è il terrorismo», ha minacciato.
La flottiglia sta ora navigando verso le coste di Gaza, malgrado un ritardo sulla tabella di marcia iniziale dovuto al grave maltempo; infatti, a causa delle condizioni metereologiche, una trentina di navi con oltre 300 attivisti che erano salpati la notte del 31 agosto da Barcellona, erano dovute rientrare nel porto di partenza, da lì sono ripartiti la sera stessa; il maltempo e le condizioni del mare hanno causato dei danni dapprima a cinque piccole imbarcazioni, le altre 24 imbarcazioni hanno proseguito ma sette di esse hanno dovuto sostenere delle riparazioni, in seguito è stato fissato l’appuntamento con altre imbarcazioni previsto per il 7 settembre quando si si sono congiunti i naviganti salpati da Genova, dalla Sicilia e dalla Grecia per veleggiare verso Gaza. Anche Emergency partecipa alla missione con la sua nave.
Abbiamo ascoltato parecchie critiche nei confronti di questa iniziativa, anche da parte di coloro che diversamente manifestano il proprio appoggio e il proprio consenso verso i Palestinesi, nel timore che si trasformi in una sorta di scampagnata di ministri e ministrelli animati dal reale scopo di autopubblicizzarsi senza rischiare nulla. Tuttavia è bene sottolineare che i partecipanti a questa iniziativa agiscono mettendo davvero a rischio la propria vita. Non sarebbe la prima volta che la difesa israeliana abbia ucciso un equipaggio disarmato che tentava di portare aiuti a Gaza: è accaduto anche nel 2023. L’iniziativa è un’iniziativa concreta e pertanto io credo vada sostenuta, non solo sul piano della partecipazione morale.
In precedenza hanno tentato di operare in favore della Palestina altre flottiglie: La Freedom Flotilla fu nel 2011 organizzata da una coalizione internazionale per rompere il blocco israeliano su Gaza e fornire aiuti umanitari. Sebbene aderissero più di trecento partecipanti da tutto il mondo e fosse pronta a salpare su dieci imbarcazioni, la pressione politica e diplomatica di Israele riuscì a impedire la partenza. Arrivò solo una nave francese, la marina israeliana intercettò la nave, e la trainarono in porto israeliano: gli attivisti furono arrestati ed espulsi.
Nel 2015 ci fu il terzo tentativo di rompere il blocco navale israeliano, con la Freedom Fotilla III. Organizzata dalla Ffc, la missione includeva diverse imbarcazioni, con la nave “Marianne” in testa, battente bandiera svedese, a capo dell’operazione.
Il 29 giugno 2015, le forze navali israeliane intercettarono la Marianne a circa cento miglia nautiche dalla costa di Gaza, in acque internazionali. Un commando israeliano salì a bordo della nave e di nuovo la dirottò verso il porto israeliano di Ashdod.
La missione odierna è dotata di un sistema di monitoraggio sviluppato da Forensic Architecture che trasmette in maniera continua la posizione della flotta, su ogni barca c’è un dispositivo GPS; intanto viene documentata ogni fase della navigazione: chiunque, collegandosi ai canali appositi, può seguire il percorso della flottiglia in completa trasparenza.
È già stato denunciato l’attacco di un drone israeliano, la nave colpita è la “Family Boat” o “Familia Madeira, la principale imbarcazione della spedizione, un natante di 35 metri battente bandiera portoghese, che trasportava i membri del comitato direttivo della Gsf (a bordo anche Greta Thunberg): un incendio ha danneggiato il ponte principale e le stive sottocoperta.
Una promessa fortissima è stata pronunciata dai camalli di Genova, tramite il loro portavoce Riccardo Rudino. Eccola: «Se noi, per soli 20 minuti, perdiamo il contatto con le nostre barche e con i nostri compagni, blocchiamo tutta l’Europa… da questa regione, da dove escono 13000, 14000 container ogni anno per Israele, non esce più un chiodo, è sciopero internazionale. Bloccheremo le strade, le scuole, bloccheremo tutto». Così ha promesso di fronte a una platea di 40000 persone domenica 31 agosto.
I camalli, così si chiamano da sette secoli, e il loro nome in dialetto genovese resiste come resiste il loro mestiere e tutta la mitologia a loro connessa: sono gli scaricatori del porto di Genova. Certo oggi le modalità di lavoro sono molto cambiate, lo scarico delle merci si è industrializzato. I camalli non portano più sulle loro spalle ogni peso. Ma sono ancora in grado di assumersi il peso della riuscita o della sconfitta di questa grande manifestazione di pace. È gente abituata ad agire, non a blaterare. Anche a loro va tutta l’ ammirazione.