Da circa un mese sta girando, con la forza dei meme, una frase che sottende significati orrendi: «Definisci bambino». È una vera schifezza, per di più una stupideria colossale. A pronunciarla è stato un signore che solo a guardarlo produce in me e in molti altri una potente energia di respingimento e rifiuto: non vi dico poi ad ascoltarlo.
A pronunciare la frase è stato il presidente Eyal Mizrahi dell’Associazione Amici di Israele durante un talk-show televisivo (Cartabianca), come risposta alla domanda postagli, se le migliaia di bambini uccisi a Gaza fossero da considerarsi terroristi. Non ha risposto alla domanda di Iacchetti, ma ha prontamente dribblato con una nuova richiesta: appunto il famigerato “Definisci bambino”. Ottima tecnica che non solo evita di dare una risposta chiara ma permette anche di cercare di mettersi in posizione di superiorità, bloccando di fatto una serena comunicazione: ma pur sempre una tecnica da venditore da strapazzo per interlocutori ingenui. In questo caso però ha ottenuto un effetto inaspettato, non solo nell’interlocutore occasionale che se Dio vuole ha giustamente perso le staffe, ma nel mondo degli ascoltatori che non ne possono più di tentativi di manipolazione, per di più così grossolani.
Naturalmente la richiesta posta da questo signore, campione di umanità, non era una richiesta di definizione di tipo scientifico o pedagogico, ma era un modo per insinuare che i diritti che di solito l’umanità offre alla categoria dei bambini non fosse applicabile ai bambini di Gaza e di Cisgiordania: sottoprodotti umani indegni di essere catalogati come bambini, quindi come innocenti.
A ridirla, questa frase, spesso sogghignando con una smorfia di profonda nausea sono tutti gli altri, tutti quelli che, come me, la ripetono per affermare e riaffermare la sconcezza di ciò che sono stati costretti a sentire, forse per esorcizzarne la mostruosità. Certo, siamo ormai abituati a vedere le immagini relative alle azioni sanguinarie che Israele mette in atto verso la popolazione civile palestinese, in primis i bambini, siamo abituati ormai anche alle litanie che questo paese pronuncia atteggiandosi a vittima anziché a carnefice, (del tipo “a Gaza non esistono innocenti, solo nemici”), ma di fronte alla macroscopica porcheria di una simile frase, l’atto di ripeterla funziona come uno scuotimento per scrollarsi di dosso il putridume.
Ci si vuole scuotere di dosso la disumanità di questa frase, con la quale i sionisti tentano di farci credere che a Gaza non ci sono bambini, ma solo colpevoli, quelli che muoiono nei punti di raccolta dove sono stati messi, mentre tendono le mani per un po’ d’acqua non sono bambini, sono nemici di Israele degni di essere uccisi come fossero soldati dell’esercito avverso, sono attori politici che hanno deliberatamente scelto di vivere in guerra, anzi di fare la guerra.
Molti pedagogisti sono d’accordo nell’affermare che un bambino non è semplicemente un essere umano al di sotto di una certa età, ma un «embrione spirituale», come dice in modo esemplare Maria Montessori, nel quale lo sviluppo delle funzioni mentali superiori si associa allo sviluppo biologico: con ciò si vuole mettere in evidenza che, pur essendo presenti in lui chiare personali potenzialità (Montessori le chiamava “nebule”), queste sono in grado di svilupparsi solo in rapporto all’ambiente – in ambiente idoneo a contribuire alla costruzione di un essere umano con funzioni mentali superiori.
Montessori, per spiegare il concetto, faceva riferimento alla parabola dei talenti, al comportamento del servo che nasconde sotto terra il talento ricevuto; dice: «Non si può limitare l’azione nel campo educativo alla pura conservazione di quello che esiste: si agirebbe male allo stesso modo del servo che non si è curato di far fruttare il talento che aveva ricevuto». È chiaro che la responsabilità di consentire e stimolare il bambino nel mettere a frutto i propri talenti è addossata alle persone, tutte le persone, che formano l’ambiente educativo, a partire dai genitori e dagli insegnanti, ed è attribuita altresì agli eventi e agli accadimenti circostanti. Secondo il personaggio in questione, mi domando, i bambini di Gaza, presi in ostaggio, traumatizzati, privati della scuola, orfani, feriti, privati di acqua e di cibo, torturati, deliberatamente sottoposti a genocidio, ricevono dall’ambiente il nutrimento per poter far fiorire i loro talenti? È vero, forse ha ragione lui: come possiamo definirli bambini?Malgrado il documento qualificato come “Conference room paper” che la Commissione Onu sui territori occupati e Israele ha presentato il 16 settembre 2025 al termine della sua sedicesima sessione, con il quale ha definitivamente concluso che le condotte poste in essere dal Paese occupante (Israele) possono essere qualificate come «genocidio» ai sensi della Convenzione internazionale, i difensori che si autoqualificano come amici di Israele continuano a negare che ciò sia vero.La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata il 9 febbraio 1948 dall’ONU e entrata in vigore il 12 gennaio 1951 diceva sostanzialmente, all’articolo II:«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale: a. Uccisione di membri del gruppo; b. Lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c. Sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; d. Misure miranti ad impedire nascite all’interno del gruppo; e. Trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro». Eppure, malgrado il documento attuale dell’ONU, basato sui principi espressi nel ’48, che definisce senza possibilità di dubbio la condizione attuale cui è sottoposto il popolo palestinese come genocidio, chi ne parla apertamente viene ancora tacciato di ostilità preconcetta, di antisemitismo, di parteggiamento per i nemici palestinesi : non sono i soldati israeliani a compiere crimini di guerra e crimini contro l’umanità, essi non sono che vittime, non criminali. Il mondo mediatico, formato dai mainstream, tace, ha taciuto finché ha potuto, e ora rivela solo ciò che ormai non è più occultabile. I governi occidentali hanno tutti fortissimi legami economici e culturali con il Paese in questione, legami di Intelligence, condivisione di apparati tecnologici e di sicurezza, relazioni militari, scambi e compravendite di armi. Ma tutto questo non impedisce a noi tutti di cercare di comprendere e nemmeno quello di percepire e sentire, aguzzando mente e sentimenti: quei sentimenti che impediscono ormai a certuni di condividere l’appartenenza alla specie umana.Una nuova preoccupazione si affaccia nelle attuali circostanze: è stato presentato un disegno di legge (numero 1627) ad agosto dal senatore Maurizio Gasparri. Riguarda corsi di formazione che andranno programmati (nel caso il disegno venga approvato) per il personale dei Ministeri della Difesa, della Giustizia, dell’Interno e (badate bene!) dell’Istruzione e dell’Università. Tali corsi di formazione saranno atti a promuovere la cultura ebraica e israeliana e verteranno sulla storia dell’antisemitismo , «incluso», dice il testo – E QUI DOBBIAMO FARE BENE ATTENZIONE!- «l’antisionismo»: dunque il dibattere, il criticare, il portare idee circa le politiche dello Stato di Israele potrebbe divenire in futuro un reato equivalente all’odio razziale.
Non solo tutto questo mi sembra potentemente un’imposizione fascista, ma anche una potente ingerenza con la libertà di insegnamento che viene garantita dalla nostra Costituzione (articolo 33).