5) Presupposti riduttivi

Articolo letto dall’autrice:

Ricordo un giochetto sotto forma di storiella che girava qualche anno fa.
“Un padre e un figlio hanno un incidente d’auto gravissimo. Il padre muore. Il figlio viene trasportato d’urgenza in ospedale a sirene spiegate. Intanto, in attesa che arrivi l’ambulanza con il ferito, in ospedale si prepara la sala operatoria. Il ragazzo sulla barella arriva. Il chirurgo è pronto, già indossa guanti e mascherina, ma quando si volta verso il ragazzo e lo vede, sbianca e: «Non posso operarlo: è mio figlio», dice con voce rotta dall’emozione”.
Come si può spiegare la cosa? Il chirurgo si sbaglia? Mente? Il ragazzo è nato da una relazione della madre col chirurgo? Il chirurgo riconosce il figlio che aveva abbandonato? Il chirurgo è il vero padre del ragazzo mentre l’uomo morto era il padre adottivo? Qual è dunque la spiegazione?
Per quanti secondi avete cercato la spiegazione? Perché di secondi o pochi minuti si tratta. Ma la soluzione non è stata immediata.
Questo indovinello evidenzia come i “presupposti riduttivi” condizionino le nostre rappresentazioni mentali e direzionino a priori i nostri pensieri. Qui il presupposto riduttivo è che il chirurgo sia un uomo, perché il ruolo importante di chirurgo ancora viene tradizionalmente attribuito agli uomini; ciascuno di voi nel cercare la risposta era del tutto inconsapevole del presupposto: però esso era lì, a confondere per un momento le idee, spingendo verso una soluzione in chissà quale direzione. Voi non eravate consapevoli di alcun presupposto sul sesso del chirurgo perché in tal caso l’indovinello non si sarebbe neppure posto. Ma il presupposto c’era. Ed era un presupposto sessista.
Ecco perché dobbiamo usare una grammatica e una lingua che non continuino ad aggiungere presupposti sessisti a quelli già esistenti.
Rinunciamo alla storiella e parliamo della chirurga. Grammaticalmente non presenta nessun problema: i nomi in -o si trasformano semplicemente in -a, come il colonnello, la colonnella.

 

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