Se sono cose nostre…

(Articolo pubblicato su n. 10/2014 di InOgniDove – Piemonte; www.inognidovepiemonte.it)

Negli ultimi anni i beni confiscati alla mafia sono diventati non solo il risultato di un iter di giustizia, ma uno strumento su cui convogliare attenzioni progettuali e programmi di cultura. Non solo la confisca nei fatti ostacola e danneggia le organizzazioni mafiose, ma si fa strumento ulteriore di impegno contro le mafie stesse. Lo fa con l’utilizzazione di una legge: la legge n. 109 del 7 marzo 1996 Rognoni La Torre, che dispone in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati per reati di stampo mafioso, e impedisce concretamente ai condannati di reati di stampo mafioso di rientrare in possesso dei beni sequestrati.
Quali beni? I beni mobili, costituiti da denaro in contante e in assegni, titoli, crediti personali di vario genere, come cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni. Sono compresi anche gli autoveicoli, le barche, i natanti. Si aggiungono i beni immobili, come le case, gli appartamenti, i terreni edificabili e quelli agricoli.
Mentre le somme di denaro confiscate sono utili per avviare e realizzare il processo di gestione dei beni confiscati nel loro complesso, i beni immobili confiscati possono essere assegnati dallo Stato per operare con “finalità di giustizia” o di ordine pubblico o, ancora, possono entrare a far parte del patrimonio dell’Ente locale dove sono stati confiscati.
Un terzo gruppo di beni sono quelli aziendali. Va da sé che gli scopi per così dire “aziendali” della mafia hanno come principale obiettivo quello di costituire un mezzo per il riciclaggio di denaro sporco, proveniente dagli affari illeciti interni all’organizzazione mafiosa stessa. I campi di investimento aziendale che la mafia predilige sono, com’è noto, quello edilizio, ma anche le aziende agroalimentari o quelle di ristorazione, i centri commerciali e i locali notturni. A guardare bene non vi sono settori all’interno dei quali la mafia abbia rinunciato ad operare lucrosamente.
Tutti questi beni, come del resto i beni immobili, hanno un alto valore simbolico, più elevato di quello delle liquidità, sia presso l’opinione pubblica, ma anche presso gli appartenenti alle stesse organizzazioni mafiose: viene toccato il piano della materia che si radica nel territorio, concreto biglietto di presentazione del valore dei boss mafiosi. Siamo di fronte ad un bene materiale che si fa simbolo.
Esiste un coordinamento fra associazioni che garantiscono una gestione diretta dei patrimoni confiscati, auto- organizzatesi in forma di rete, in Libera. Libera, riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale, è nata nel 1995, attualmente coordina oltre 1500 realtà fra associazioni, scuole, gruppi e realtà di base territorialmente impegnati. È attivamente impegnata per il miglior uso della legge a fini sociali per i beni confiscati alle mafie, ma non solo. Nel 2008 è stata inserita dall’Eurispes tra le eccellenze italiane. La rivista The Global Journal l’ha inserita nella classifica delle cento migliori Ong del mondo: è l’unica organizzazione italiana di community empowerment che compaia in questa lista, dedicata alle realtà del no-profit.
Come ha precisato don Ciotti, Presidente di Libera, essa non non gestisce direttamente alcun bene confiscato, ma coordina, promuove e sostiene le cooperative che lavorano in tal senso. Molte sono le criticità nella gestione dei beni confiscati; don Ciotti chiede la «piena attuazione dell’albo degli amministratori giudiziari, l’utilizzo dei fondi europei per la coesione territoriale, la tutela dei lavoratori delle aziende e incentivi per la nascita di cooperative di dipendenti».
Sono più di ottocento i Comuni italiani che ospitano nel proprio territorio almeno un bene confiscato alla criminalità organizzata, alcuni ne hanno ne hanno più di 100. In testa alla classifica non ci stupiamo se c’è Palermo, cuore storico di mafia. Seguono Reggio Calabria (220), Roma (193), Milano (184), Bari (113) e Napoli (109). Quasi la metà delle aziende confiscate sono localizzate in Sicilia, segue la Campania e la Lombardia .
Quanto a don Ciotti, non è male rammentare le minacce che il boss mafioso Totò Riina gli ha rivolto il 14 settembre dell’anno scorso dal carcere, proprio alla vigilia dell’anniversario della morte di Don Puglisi. Era l’ora d’aria quando, in collera, ha manifestato al compagno la propria decisiva intolleranza verso un prete che, come Puglisi, rappresentava una Chiesa impegnata contro la mafia. Di Puglisi in quell’occasione disse: « … la Chiesa… lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio… tutto voleva fare iddu, cose che non ci credete». E infatti don Puglisi è morto. Quanto a Ciotti: «Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo», sbottò. «Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui… figlio di puttana». Ma gli investigatori della Dia di Palermo ascoltavano in diretta. Venne avvertita la procura antimafia.
Certo, don Ciotti è uno che rompe. Non molla mai, non indietreggia, nemmeno di fronte alle minacce, neppure quelle di omicidio. «Togliere il frutto dei loro crimini ai mafiosi e restituirlo alla collettività ha un valore enorme», dice, «Non solo perché colpisce la criminalità organizzata nei simboli del suo potere, ma anche perché quelle terre, quei palazzi, quelle case, quei villaggi turistici, quei poderi agricoli vengono liberati, riportati alla legalità, rimessi nelle mani della società civile a cui erano stati sottratti con la violenza e con il crimine. Quindi occorre tenere alta la vigilanza e rendere più efficace la legge. Le criticità sono ancora tante».

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