{"id":143,"date":"2010-01-06T17:57:40","date_gmt":"2010-01-06T16:57:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.letiziagariglio.it\/?p=143"},"modified":"2018-04-29T10:10:20","modified_gmt":"2018-04-29T08:10:20","slug":"zerogrammi-per-essere-leggeri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.letiziagariglio.it\/?p=143","title":{"rendered":"Zerogrammi per essere leggeri"},"content":{"rendered":"<h2 style=\"text-align: center;\"><i><b> Zerogrammi per essere leggeri<\/b><\/i><\/h2>\n<p style=\"text-align: center;\"><i>(articolo pubblicato su Oltre n. 29)<\/i><\/p>\n<p>Danza? Mimo? Teatro? Poesia? Forse un po\u2019 tutto, nelle performance di Zerogrammi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cominciamo col dire che sono storie, narrazioni. Storie narrate con il corpo, senza parole, con molteplici suggestioni gestuali e corporee, con riferimenti sonori e ritmici appropriati, persuasivi, con una cura speciale per il rapporto fisico con lo spazio e con il tempo e la sua scansione ritmica e metrica, espressa attraverso l\u2019attenzione per ogni frammento di movimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il corpo \u00e8 quello dei due protagonisti. due ragazzi, Stefano Mazzotta e Emanuele Sciannamea, entrambi coreografi e danzatori.<\/p>\n<p>Corpi muscolosi, atletici, competenti, come quelli dei danzatori. Virili nell\u2019energia che emanano, ma duttili anche nell\u2019immaginarsi immersi in personaggi rappresentanti il genere femminile, di cui sanno cogliere qualche stereotipia, e di cui forniscono una lettura psicologica, attraverso l\u2019attenzione per piccoli movimenti e piccoli gesti di storie apparentemente quotidiane.<\/p>\n<p>La mimica del volto va oltre la danza: \u00e8 gi\u00e0 teatro. Il linguaggio nel suo complesso, tuttavia, \u00e8 quello poetico. E in ci\u00f2 essi assomigliano a tanti altri gruppi contemporanei, capaci di sperimentare, di fare ricerca, sul limite delle arti, con una caratteristica comune che li segna: la voglia di poesia.<\/p>\n<p>A loro piace anche sentirsi un po\u2019 clown: \u201cAmiamo sentirci dei clown, caratteri possibili e improbabili al tempo stesso\u201d, dicono di s\u00e9. E continuano: \u201cQuesto \u00e8 il genere di verit\u00e0 che ci preme proporre sulla scena, che va al di l\u00e0 delle complesse criptiche astrazioni che spesso si accompagnano al linguaggio contemporaneo\u201d. Al linguaggio dei clown appartiene un ulteriore dato che li caratterizza: il gusto per il paradosso, per il grottesco. E per cogliere questo lato delle cose attingono al patrimonio culturale che evidentemente caratterizza la loro formazione. Si tratta, in questo caso, degli aspetti di una certa cultura \u201cmeridionale\u201d, anzi, proprio regionale: quella pugliese. \u201cLe nostre origini meridionali rappresentano una fonte inesauribile di suggerimenti\u201d, affermano.<\/p>\n<p>Lo si vede con chiarezza nei loro spettacoli: quasi si sente la suggestione olfattiva dei ceri delle chiese, del sudore dei pellegrini in processione. Lo si sente dai suoni che sono scelti ad accompagnare i loro movimenti in scena. Lo si vede dai colori, quando \u00e8 il nero a predominare sulla scena, il nero della terra madre, ma anche il nero imposto lungamente alle donne nelle tradizioni del sud.<\/p>\n<p>Va detto che le donne hanno un posto speciale nelle rappresentazioni di Zerogrammi. Sono le protagoniste di <i>INRI,<\/i> in cui vediamo due vecchiette immerse nei loro riti di culto, cos\u00ec vere nelle loro dipendenza da un dio da divenire paradossali, e paradossalmente oggetto dell\u2019attenzione particolare del loro dio \u2013 dio maschile e conduttore del gioco \u2013 persino nell\u2019intimit\u00e0 della loro casa.<\/p>\n<p>Vediamo una donna essere protagonista di una performance il cui titolo significa \u201ccianfrusaglie\u201d: <i>Mappugghie. <\/i>In questo spettacolo, nella sua forma <i>in progress<\/i>, la parte della protagonista \u00e8 affidata, diversamente che nelle altre <i>performances<\/i>, a una attrice\/ballerina, Chiara Michelini, per la coreografia di Mazzotta e Sciannamea. Lei \u00e8 Penelope, la Penelope di Ulisse, che noi ben conosciamo attraverso l\u2019Odissea. Qui si gioca con il mito dell\u2019attesa paziente di una donna innamorata, secondo un\u2019interpretazione che in letteratura ha solleticato in precedenza l\u2019ispirazione di molti autori. Penelope aspetta. Aspetta <i>oggi<\/i>, seduta su una sedia, qualche volta abbandonata ad atteggiamenti un po\u2019 sciatti, spettinata, come capita a chi, non visto fra le mura della propria casa, sembrerebbe non avere un granch\u00e9 da fare. Aspetta e si fa un caff\u00e8. Poi magari un altro; tocca gli oggetti della vita quotidiana, e molti sentimenti si accompagnano all\u2019atto dell\u2019attesa. Ma anche i pensieri si accavallano, tra un piatto da lavare e un paio di mutande di cui occuparsi.<\/p>\n<p>Gli Zerogrammi dicono: \u201cLa poetica di Zerogrammi vuole restituire alla danza la leggerezza\u201d. Hanno centrato il loro obiettivo. Se ne sono accorti anche i giudici dei numerosi concorsi di danza cui hanno partecipato, riportando a casa numerosi soddisfazioni e primi premi.<\/p>\n<p>Ora propongono per la stagione 2009\/ 2010 lo spettacolo che porta il loro nome Zerogrammi, che ha vinto il Premio Miglior spettacolo Giocateatro 2009 e il Primo Premio di Coreografia al Festival Oriente\/Occidente. Ripropongono INRI, creazione del 2008. Inoltre hanno in cartellone Mappugghie, coprodotto con il Centro des Artes Performativas do Algarve Devir-Capa in Portogallo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Zerogrammi per essere leggeri (articolo pubblicato su Oltre n. 29) Danza? Mimo? Teatro? Poesia? Forse un po\u2019 tutto, nelle performance di Zerogrammi. Cominciamo col dire che sono storie, narrazioni. 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